Intestazione

La voce delle donne

Pubblicato

28.01.2021

Alenka Bonnard, Océane Gachoud, Valérie Vuille, Marianne Ebel, Laurence Bassin, Gabrielle Nanchen e Nathalie Delbrouck rappresentano la lotta femminista in Svizzera

Il 7 febbraio 1971 nella società elvetica ha luogo una rivoluzione: le donne possono finalmente votare ed essere elette a livello federale. Cinquant’anni dopo la lotta prosegue, affinché un giorno l’uguaglianza non sia più una lotta, bensì una conquista.

Quest’anno le donne svizzere spengono cinquanta candeline del loro diritto di voto a livello federale. È l’occasione per fare un bilancio di questa importante svolta e dare uno sguardo alla situazione attuale. «Se questo diritto ha permesso di apportare determinati cambiamenti, sul piano dell’uguaglianza resta ancora molto da fare», afferma Pauline Milani, docente specializzata in storia della donna e di genere presso l’Università di Friburgo. «Sono molto felice che si celebri il diritto di voto delle donne, ma non bisogna dimenticare che fino alla riforma del diritto matrimoniale, che risale soltanto al 1985, la donna che si sposava perdeva la maggior parte dei propri diritti. Certo sono state fatte enormi conquiste ma, al tempo stesso, aspetti come le discriminazioni salariali sono cambiati poco in quindici o venti anni», sottolinea, rimarcando tuttavia l’importanza di «mostrare alla generazione giovane che vale la pena di lottare». «Mi piace far notare alle mie studentesse che il diritto di voto non è stato concesso alle donne perché gli uomini erano simpatici. Ci sono voluti più di settant’anni di lotta accanita per ottenerlo. Quindi non c’è scelta: siamo e saremo sempre obbligate a batterci».

L’esperta constata d’altronde un «rinnovamento del femminismo dal 2010», che si presenta in due modi. Innanzitutto «si inscrive in una dinamica che supera ampiamente i confini svizzeri. In tutto il mondo si formano movimenti di massa: ad esempio “Ni una menos” in Messico nel 2015; o gli importantissimi movimenti nati in India nel 2012 in seguito all’atroce stupro di una studentessa; le Women’s Marches negli Stati Uniti quando è stato eletto Trump, e naturalmente il movimento MeToo, sorto nell’autunno 2017». Per di più, tutti questi movimenti hanno delle caratteristiche comuni: «Prima si lottava per cambiare le leggi, mentre oggi ci si batte per l’integrità fisica della donna», spiega. «Il femminismo degli anni Settanta aveva già creato una vera rottura epistemologica, con i dibattiti sulla contraccezione e l’aborto, ma la questione dell’intimità era stata un po’ trascurata. Ora si osserva un ritorno alla questione del corpo in quanto tale: gli stupri, le molestie, le violenze coniugali sono subiti prevalentemente dalle donne. Sono sempre loro che svolgono gran parte del lavoro non retribuito, e che devono subire discriminazioni salariali. Così si torna a riflettere su quello che è stato fatto di questo corpo femminile, per rifiutare di farne il luogo della dominazione patriarcale».

Il ruolo delle reti sociali

Per trasmettere i loro messaggi, oggi le femministe dispongono di uno strumento particolarmente efficace: i social network. «C’è sempre stata una circolazione delle informazioni, ma i social hanno impartito una dimensione più globale alle mobilitazioni», osserva la studiosa di storia. «I social network hanno anche consentito di mettere in discussione il posto della parola, e hanno dato voce a fatti già esistenti, ma che prima nessuno ascoltava». Pauline Milani sottolinea tuttavia che bisogna rimanere prudenti: se il movimento femminista attualmente è importante e dinamico, «per contro, le reazioni anti-femministe sono sempre molto forti e le forze conservatrici detengono il potere». E sognare «una Svizzera dove ci sia una quota del 60% di donne in tutti i gruppi, in quanto è dimostrato che è a partire da questa percentuale che possono pesare sulle decisioni». Magari una proposta da mettere al voto in un futuro, si spera, non così utopistico?

Rappresentazione delle donne in politica

Il Consiglio federale conta tre donne.

  • Il 42% delle donne siede nel Consiglio nazionale.
  • Il 26,1% delle donne siede nel Consiglio degli Stati.
  • Il 24,7% delle donne fa parte degli esecutivi cantonali.
  • Il 27,2% delle donne fa parte degli esecutivi delle Città.

Fonte: UST, dati 2019-2020.

Valérie Vuille, direttrice dell’associazione femminista DécadréE

Valérie Vuille, direttrice dell’associazione femminista DécadréE

Questo anniversario non deve occultare le disuguaglianze ancora presenti.

Valérie Vuille

Valérie Vuille, 30 anni, direttrice dell’associazione femminista DécadréE

Festeggiamo i cinquant’anni del diritto di voto delle donne in Svizzera. Che cosa vi evoca?
È un po’ strano perché da un lato, come ogni anniversario, si ha voglia di festeggiarlo; dall’altro, questi cinquant’anni ricordano che il diritto di voto è arrivato tardivamente, che si tratta di una vittoria di tappa. Questa ricorrenza non deve occultare le disuguaglianze che sono ancora molto presenti nella società.

La vostra associazione DécadréE si interessa in particolare delle violenze sessiste… Come si manifestano oggi da noi?
Si manifestano in maniera ampiamente diversificata in tutta la società, in tutti gli ambienti, con vari tipi di violenza: lo stupro, le violenze coniugali o le barzellette sessiste che si considerano già una forma di violenza. E la Svizzera non è un buon allievo in questa materia. Sappiamo che da noi, per esempio, ogni due settimane muore una donna per violenza domestica, ma anche che la violenza sessuale è molto presente nell’ambiente professionale.

Qual è la lotta femminista che oggi ha la priorità?
Non ce n’è una soltanto, sarebbe sbagliato affermarlo. Innanzitutto, la questione delle violenze sessiste – che è approdata tardivamente nella storia della lotta femminista – necessita d’ora in poi di progressi autentici, perché è proprio lì che si cristallizzano le disuguaglianze. Inoltre sono essenziali le questioni della rappresentazione delle donne e dell’educazione, perché è questo che permette di gettare basi solide per l’avvenire. Infine, è necessario consolidare tutti i progressi compiuti fino a oggi.

Marianne Ebel, membro della sezione svizzera della Marche mondiale des femmes

Marianne Ebel, membro della sezione svizzera della Marche mondiale des femmes

Sono arrabbiata quanto lo ero cinquant’anni fa.

Marianne Ebel

Marianne Ebel, 72 anni, membro della sezione svizzera della Marche mondiale des femmes (Marcia mondiale delle donne) e del Collectif neuchâtelois pour la grève féministe (Collettivo di Neuchâtel per lo sciopero femminista)

Il secondo sesso di Simone de Beauvoir le ha aperto gli occhi sulle disuguaglianze tra uomo e donna. Il maggio 68 le ha fatto venire voglia di cambiare il mondo. «Sono diventata consapevolmente femminista nei primi anni Settanta, nel momento in cui il nuovo movimento di liberazione della donna emergeva un po’ dovunque nel mondo. All’epoca lottavamo per il diritto di gestire liberamente il nostro corpo, per il diritto all’aborto e alla contraccezione libera e gratuita».

Mezzo secolo dopo, questa infaticabile militante, questa irredimibile attivista partecipa ancora alla lotta. Il suo motore? La rabbia di fronte alle ingiustizie e alle discriminazioni di cui le donne continuano a essere oggetto. «Sono arrabbiata quanto lo ero cinquant’anni fa. Ci siamo battute per ottenere la parità di diritti e abbiamo vinto, ma a cosa serve se questo principio non viene applicato, se la generazione di mia figlia e forse anche quella delle mie nipoti non ne beneficiano!»

Marianne Ebel ha appreso l’arte della pazienza e resta ottimista. Soprattutto perché vede che le giovani raccolgono il testimone e si mobilitano in massa. «Il nostro movimento non è mai stato così vasto in passato». Ora punta in particolare su questa forza per mettere al tappeto il progetto di alzare l’età pensionabile delle donne, la sua prossima battaglia… «Vedete, ci sono ancora ottimi motivi per arrabbiarsi!», conclude.

Il palazzo federale acquista femminilità

Denominata «Le donne sotto la Cupola federale», la nuova visita guidata a tema nel Parlamento di Berna ripercorre la storia del movimento egualitario all’interno del Palazzo federale, dalla hall d’ingresso dove alcune manifestanti srotolarono i loro striscioni il 12 giugno 1969, alla stanza per l’allattamento inaugurata nel 2019. I visitatori conosceranno meglio le dodici prime elette del 1971 e potranno osservare come i pittori e i decoratori hanno introdotto l’immagine della donna in una scenografia decisamente maschile.


Dal 27 marzo al 23 novembre 2021, gratuita, 90 minuti.
Prenotazione obbligatoria: www.parlement.ch

Alenka Bonnard, codirettrice e cofondatrice dello staatslabor

Alenka Bonnard, codirettrice e cofondatrice dello staatslabor

Le amministrazioni devono essere più in sintonia con la nostra epoca.

Alenka Bonnard

Alenka Bonnard, 36 anni, giurista, codirettrice e cofondatrice dello staatslabor

«Lo staatslabor è un’associazione, sostenuta dal Fondo pionieristico Migros, che si impegna affinché le amministrazioni pubbliche siano più in sintonia con la nostra epoca. In effetti, le esigenze della popolazione e il mondo che ci circonda sono cambiati radicalmente. Inoltre i progetti sviluppati da esperti e alti funzionari non sono sempre in linea con le aspettative delle persone. La nostra missione è quindi quella di accompagnare le amministrazioni  comunali, cantonali o federali verso un servizio pubblico che funzioni meglio. Ad esempio abbiamo contattato vari uffici per l’uguaglianza – che troppo spesso sono ancora sotto organico e considerati la quinta ruota del carro dell’amministrazione – per vedere come possono sviluppare le loro attività. In tale contesto abbiamo lanciato, insieme alla Città e al Cantone di Berna, una piattaforma di scambio per le imprese, sviluppata direttamente insieme ad esse. Il programma, denominato Werkplatz Égalité, permette alle PMI bernesi di imparare le une dalle altre in fatto di pari opportunità. Le imprese sono consapevoli dell’interesse a impegnarsi di più in questa direzione e lo scambio tra pari aiuta veramente a fare passi avanti. Quanto agli uffici per l’uguaglianza a Berna, lo staatslabor dà loro la possibilità, come ad altre amministrazioni con cui collaboriamo, di lavorare in maniera più innovativa».

Nathalie Delbrouck, membro del Collectif neuchâtelois pour la grève féministe

Nathalie Delbrouck, membro del Collectif neuchâtelois pour la grève féministe

Nessuno dovrebbe essere giudicato per la propria sessualità.

Nathalie Delbrouck

Nathalie Delbrouck, 29 anni, membro del Collectif neuchâtelois pour la grève féministe

Nathalie Delbrouck incarna il nuovo movimento femminista; fa parte di quella generazione che è stata educata all'uguaglianza di genere. «In realtà continuiamo a non avere gli stessi diritti né le stesse opportunità degli uomini. Le donne sono pagate meno, occupano posti meno valorizzati, la ripartizione delle faccende domestiche resta iniqua…». Di tali disparità questa cittadina di Neuchâtel ha preso veramente coscienza durante i suoi studi di scienze politiche all’università. Da allora si proclama femminista.

Anche il diritto di gestire liberamente il proprio corpo è al centro delle sue preoccupazioni. «Già alle scuole superiori mi sono resa conto che una ragazza curiosa, che desiderava fare molteplici esperienze, era considerata una poco di buono, mentre lo stesso comportamento era valorizzato nei maschi. È assurdo, nessuno dovrebbe essere giudicato per la propria sessualità!» Per lei l’unico concetto che dovrebbe contare è quello del consenso. «Quando si dice no, è no!» Riconosce i progressi fatti grazie a movimenti come #MeToo o #BalanceTonPorc, che denunciano le violenze sessuali. «Questo ha messo in luce una cultura che è quella dello stupro, ha permesso una certa liberazione della parola e ha contribuito a rinnovare il movimento femminista su scala mondiale».

Per saperne di più sul Collectif neuchâtelois pour la grève féministe: grevefeministene.com

Tilo Frey vs Louis Agassiz

La femminilizzazione dei nomi delle vie suscita dibattiti, ma il luogo in cui ha fatto spargere più inchiostro è Neuchâtel, dove nel 2019 l’Espace Louis-Agassiz è stato rinominato in Espace Tilo-Frey. Questa operazione aveva due obiettivi: cancellare il nome del glaciologo conosciuto per le sue tesi razziste e onorare la memoria di questa politica svizzero-camerunense, pioniera dell’emancipazione della donna e delle minoranze etniche.

Laurence Bassin, presidente dell’Association romande des paysannes professionnelles

Laurence Bassin, presidente dell’Association romande des paysannes professionnelles

Un terzo della mano d’opera agricola è costituito da donne.

Laurence Bassin

Laurence Bassin, 50 anni, agricoltrice, presidente dell’Association romande des paysannes professionnelles (Associazione romanda delle contadine professioniste)

Quali sono i principali problemi che incontrano oggi le contadine?
Sono problemi che ruotano intorno alla remunerazione e alla copertura sociale. Ricordiamo, innanzitutto, che un terzo della mano d’opera agricola è costituito da donne appartenenti alla famiglia del titolare dell’azienda agricola. Nel 2019 erano più di 43 000 donne. Ma solo il 30% di queste è registrato all’AVS come lavoratrice indipendente o retribuita dell’azienda, le altre non sono remunerate per questa attività. Quando vanno in pensione, ricevono prestazioni insufficienti. Ciò significa anche che, in caso di incidente o di malattia, queste donne non percepiscono nulla, ragion per cui dovrebbero avere, almeno, un’assicurazione per perdita di guadagno.

Come sono percepite e considerate le contadine nell’ambiente rurale?
Piuttosto bene, ma nel mondo contadino permane un aspetto patriarcale più tenace che altrove. Esistono anche dei tabù che frenano le contadine dal richiedere il giusto riconoscimento salariale per il proprio lavoro. Dovrebbero essere maggiormente protette; d’altra parte è quello che prevede il progetto di nuova politica agricola, attualmente sospeso.

Come è evoluta la causa delle contadine in questi ultimi decenni?
È cresciuta enormemente, parallelamente alla causa delle donne ovunque in Svizzera, forse con un lieve sfalsamento. Bisogna ricordare, soprattutto, che nel 1978, secondo il diritto matrimoniale allora vigente, le donne dovevano ancora chiedere al marito di firmare la loro iscrizione per conseguire l’attestato professionale di contadina. Oggi tutto questo è storia antica e le donne che lo vogliono possono gestire un’azienda agricola, sebbene attualmente solo il 6,6% abbia imboccato questa strada. 

Ida Pidoux e Mauricette Cachemaille nella storia

Era segretaria alla Scuola cantonale di agricoltura di Grange-Verney, vicino Moudon. Si chiamava Mauricette Cachemaille. Il 20 maggio 1959, mademoiselle Mauricette Cachemaille, come si diceva all’epoca, è diventata, e resterà per sempre, la prima donna consigliera comunale della Svizzera. Qualche settimana prima, a pochi chilometri di distanza, il 19 aprile, nell’ufficio elettorale di Oulens, allo scoccare delle 13, mademoiselle Ida Pidoux, proprietaria di una tenuta agricola, diventava semplicemente la prima donna della Svizzera a compiere il proprio dovere civico.

Gabrielle Nanchen, ex-consigliera nazionale del Vallese

Gabrielle Nanchen, ex-consigliera nazionale del Vallese

Mio marito era più femminista di me.

Gabrielle Nanchen

Gabrielle Nanchen, 78 anni, pensionata, ex-consigliera nazionale vallesana

Eletta al Consiglio nazionale nel 1971, all’età di 28 anni, Gabrielle Nanchen è una delle prime dodici donne insediatesi sotto la Cupola. Un’elezione che l’aveva colta alla sprovvista: «Il partito socialista mi aveva chiesto di candidarmi, avevo accettato per spirito di militanza, per l’ideale, ma non volevo essere eletta, abitavo dove abito ancora, a Icogne nel Vallese, non avevo un’auto, sarebbe stato necessario prendere qualcuno per badare ai bambini, era inimmaginabile». Perciò aveva considerato la possibilità di rifiutare l’incarico. «Ma è stato mio marito a dirmi “non se ne parla proprio, devi onorare il voto degli elettori”. Si è dato da fare, con l’aiuto di sua madre, per occuparsi dei nostri figli. Quando ci siamo incontrati, lui vallesano era più femminista di me valdese». 

Gabrielle Nanchen ricorda che Le Nouvelliste aveva pubblicato la sua foto in bianco e nero, mentre quelle dei candidati degli altri partiti erano a colori, e aveva insistito pesantemente sul suo nome da nubile, di origine italiana: Straggiotti.

Quando le facciamo notare che le cose non sono evolute affatto, poiché l’attuale rappresentanza vallesana a Berna conta nove uomini e una sola donna, risponde che, certo, «è indegno di un cantone moderno e democratico», ma che la politica, «è anche altro. È altrettanto importante ciò che si fa come cittadine». E se il posto delle donne nelle organizzazioni ufficiali è ancora troppo debole, «in compenso esse sono molto presenti nelle attività cittadine, dove svolgono un ruolo importante, come si è visto con lo sciopero delle donne o le manifestazioni in difesa del clima». 

La fronda di Unterbäch

Marzo 1957: perfino il New York Times parla del paesino di Unterbäch nell’Alto Vallese, che ha autorizzato per la prima volta in Svizzera le donne a partecipare a una votazione federale, ritenendo che il tema – l’introduzione del servizio civile femminile obbligatorio – le riguardasse. Il Consiglio comunale aveva previsto due urne, una per gli uomini e una per le donne, cosa che permise al governo vallesano di invalidare le 33 schede depositate dalle cittadine.

Océan Gachoud, autrice di un lavoro di maturità sui freni al suffragio femminile in Svizzera

Océan Gachoud, autrice di un lavoro di maturità sui freni al suffragio femminile in Svizzera

Vado a votare per lottare contro le disuguaglianze.

Océane Gachoud

Océane Gachoud, 20 anni, studentessa

Il 7 febbraio 2021 la friburghese Océane Gachoud compirà 20 anni. Lo stesso giorno in cui, cinquant’anni fa, la Confederazione concedeva il diritto di voto alle donne. Una felice coincidenza per questa studentessa che si è fatta notare per il suo eccellente lavoro di maturità, che verteva proprio sui freni posti all’introduzione del suffragio femminile! «È stato il film Contro l’ordine divino di Petra Volpe a farmi scattare qualcosa. La pellicola ripercorre la storia di una militante femminista degli anni Settanta e questo mi ha toccata, sconvolta in tutti i sensi. Mi è venuta voglia di svelare questo segreto e sapere perché la Svizzera abbia concesso così tardi il voto alle donne». Molto presa dall’argomento, Océane Gachoud ha letto numerosi testi e ha incontrato pioniere e storiche impegnate, come Brigitte Studer o Elisabeth Joris. Allora, perché la Svizzera era in ritardo? «Il patriarcato era saldamente radicato. Gli stereotipi della donna casalinga che educa i figli sono perdurati, nella pubblicità e nella mentalità. Gli uomini hanno potuto vietare alla moglie di lavorare fino al 1988!» Sbalordita, Océane Gachoud dichiara di essere sensibile ai diritti delle donne, ma non crede nella lotta basata sulla forza. «Per lottare contro le disuguaglianze, io vado a votare! È un diritto e un dovere, non esercitarlo è scandaloso. Nel 1971 il “sì” ha vinto con il 65,7% dei voti. Vuol dire che ogni voce conta!»

Testo: Nadia Barth, Patricia Brambilla, Véronique Kipfer, Alain Portner, Laurent Nicolet, Pierre Wuthrich

Fotografie: Niels Ackermann, Julie de Tribolet